Sport

Il “Black Out” mentale: il peggior avversario dei judoka

Il judo è uno sport molto complesso dal punto di vista tecnico, che richiede in chi lo pratica una buona dose di prontezza mentale (quello stato misto di reattività, concentrazione, rapidità decisionale e determinazione).

Stiamo parlando di uno sport di situazione in cui le variabili in gioco cambiano non solo da un combattimento all’altro, ma anche da un istante all’altro. Vincere una gara di judo non è una cosa semplice. Se infatti pensiamo, ad esempio, alle competizioni di alto livello, dove tutti sono ben allenati, noteremo che la differenza è data dalle sfumature, da quel qualcosa in più che mostra l’atleta che riesce a battere tutti gli avversari della giornata. A ben guardare, non è sufficiente neanche partire da favoriti, perché le variabili sul campo sono molte, ma il judoka può controllare soltanto i fattori più strettamente collegati alla sua prestazione (tecnica, tattica, combattività).

Capita a volte però, che il judoka, una volta salito sul tatami, cambi inaspettatamente e completamente l’atteggiamento verso la gara e si blocchi, come se andasse in black out. È una situazione comune, in cui possono incappare atleti esperti così come così come chi è alle prime gare.

“Mi sentivo bene ed ero convinta di poterlo fare, di poterla battere e fare la storia. Invece non saprei neanche dire cosa è successo esattamente, dovrò rivederlo, un black out completo”. Le parole di Odette Giuffrida (fonte: La Gazzetta dello sport) sono l’esempio di quanto succede ad un atleta durante l’incontro.

Di solito l’atleta che si trova in una condizione di blocco riporta di sentirsi lento e legato nei movimenti, di non riuscire ad attaccare e neanche a fare le prese, di non essere in grado di dare il proprio “ritmo” all’incontro e di non sapere bene cosa sia successo.

In effetti, chi osserva l’incontro dall’esterno, ha proprio l’impressione che l’atleta sia in balìa dell’avversario/a.

Le cause di questo stato di blocco mentale possono essere molteplici, ad esempio: il tipo di competizione, le aspettative dell’atleta, il non voler deludere l’allenatore e/o i genitori, l’avversario che si incontra, la paura di perdere o di vincere, una bassa stima di sé e delle proprie abilità sportive, lo stato di forma psico-fisica. Ovviamente queste sono solo alcune spiegazioni, ogni atleta è unico e le motivazioni possono essere altre.

Come fare, quindi, ad evitare il black out?

L’ideale è affiancare all’allenamento tecnico – tattico – atletico anche quello mentale, andando a lavorare, in maniera programmata, su quegli aspetti che possono portare al blocco.

La psicologia dello sport è un grande aiuto perché consente al judoka di prevenire e affrontare queste situazioni agendo su:

  • gestione dello stress e delle emozioni,
  • concentrazione,
  • autoefficacia percepita,
  • scelta di obiettivi realistici e realizzabili (goal setting)
  • miglioramento della performance.

L’atleta adeguatamente preparato a livello mentale può essere in grado di:

  • restare focalizzato sul “qui ed ora” della gara;
  • raggiungere la prestazione ottimale (IZOF – internal zone of optimal functioning);
  • mostrare una buona combattività,
  • reagire alle difficoltà trasformandole sfide (resilienza),
  • usare un self-talk (dialogo interno) positivo
  • avere una maggiore fiducia nelle proprie capacità (alta autoefficacia percepita),
  • non farsi influenzare dalle prestazioni degli avversari,
  • gestire la pressione, le emozioni e i pensieri della gara,
  • gestire vittorie e sconfitte (post-gara),

Ecco qualche suggerimento per il giorno del torneo:

  • arrivare mentalmente pronti al giorno della gara,
  • attivarsi adeguatamente: iniziare con un buon riscaldamento, efficace sia a livello fisiologico sia psicologico,
  • gestire la competizione un incontro alla volta,
  • combattere dal primo istante all’ultimo mantenendo il vantaggio o cercando di recuperare lo svantaggio di punti,
  • non farsi sopraffare dalla difficoltà del momento (mental toughness),
  • a fine giornata fare un piccolo bilancio: cosa ho imparato da questa esperienza? Cosa avrei potuto fare diversamente? Cosa ha funzionato?

Infine è utile ricordarsi che gli aspetti positivi ci sono sempre, anche quando si perde 😉

Concludendo:

Quando le abilità fisiche, tecniche e tattiche sono apprese e allenate, allora sono le abilità mentali spesso a fare la differenza: in genere, prevale l’atleta che mostra di avere mental toughness (forza o durezza mentale) e resilienza (Gucciardi, Gordon e Dimmock, 2009)”.

 

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